Cari lettori, la rubrica di Esperti dal Settore, oggi, sospende l’attualità per inquadrarla da lontano. Un pensiero infatti ha albergato le nostre menti in settimana. Sarà che gli incontri del 22 a Roma, e dello scorso sabato, 25 gennaio, a Spilimbergo, hanno riacceso in noi una sacra fiamma, quella di un tifo autentico. Più che autentico, diciamo meglio: genuino.
Il nostro occhio, abituato com’è – anche per una ragione meramente editoriale – al ‘calcio che conta’ – qualunque cosa voglia dire un’espressione di questo tipo –, è stanco e merita riposo. Nelle serie minori, come spesso abbiamo detto, troviamo in questo senso un’oasi al riparo dalla modernità, con tutte le storture che si porta dietro un concetto così ampio: nel nostro caso, ci riferiamo soprattutto alla vita da stadio, vissuta con sempre più distacco e meno genuinità.
Andiamo al dunque, allora. La nostra riflessione odierna, che vi vorrebbe partecipi e bastian contrari, se è il caso, mira agli striscioni da stadio.
Su questo tema, così affascinante, ha scritto uno splendido libro Cristiano Militello, insospettabile appassionato e cultore del mondo ultras, che avremo la fortuna di intervistare presto. Noi ci chiediamo, oggi: che fine hanno fatto gli striscioni di una volta? Dove è morto, e perché, lo spirito scanzonato e goliardico delle curve d’Italia, in grado un tempo di rispondersi a distanza di centinaia di metri con rime e poesie di rara genialità?