Benvenuti nel Matrix
I robot made in USA, tra sport e tecnocrazia.
L’America “trumpiana” dialoga con l’accelerazionismo da molto prima della rivoluzione in corso. Prima dell’America di Trump e dei suoi “tecnovassalli”[1]. Prima di Elon Musk o Peter Thiel. Per poter parlare del conservatorismo tecnocratico che sta riscrivendo (parzialmente) la storia degli Stati Uniti, bisogna guardare alla sua antropologia. A quel misto di spettacolo, progressismo (materiale) esasperato e grottesco che invero fermenta da decenni nella pancia della prima potenza planetaria.
Quando ancora erano lontane le avvisaglie Maga e il mondo si beava dell’unipolarismo statunitense, solo vagamente oscurato dagli ultimi scampoli di sopravvivenza dell’arci-nemico sovietico, nelle viscere del paese, oltre alle diseguaglianze crescenti, maturava l’America profonda contemporanea. Fatta di armi, di culto della violenza e di WWE. Ma anche della combinazione di queste ultime in un ibrido quasi distopico, al culmine dello spettacolo televisivo: le battaglie tra robot.
Trasmesso in dodici stagioni dal 2000 al 2023, con una lunga interruzione tra il 2003 e il 2015, le BattleBots rappresentano molto più che un fenomeno televisivo, peraltro popolarissimo anche in Europa e in Italia.
Ispirandosi alle Robot Wars trasmesse nel Regno Unito già dal 1998, le battaglie tra robot trovarono terreno fertile nei contesti innovativi e anche, vagamente, post-umani dell’impero statunitense, come le facoltà di ingegneria degli Stati più avanzati dell’Unione. Riuscendo nell’impresa di forgiare un prodotto squisitamente americano in ogni suo aspetto, dal produttore al consumatore.




