Possono ucciderci, ma non cancellarci dal mondo
La storia di Nadine, la tragedia (anche sportiva) della Palestina.
Ogni 15 maggio, in concomitanza con l’anniversario della nascita di Israele, si commemora la Nakba (catastrofe), l’esodo forzato dei palestinesi costretti nel 1948 ad abbandonare le proprie case e la propria terra. Il 15 maggio 2024, un club della League of Ireland ha accolto la nazionale palestinese di calcio femminile per la sua prima partita in Europa. E il 15 maggio 2025 ad Asunción, in Paraguay, si è tenuto il 75° Congresso FIFA, occasione in cui si sarebbe dovuto decidere se adottare provvedimenti contro la Federazione calcistica israeliana, l’IFA.
Oltre un anno fa, infatti, la Federcalcio palestinese ha richiesto alla FIFA di sospendere quella israeliana, accusata di complicità nelle violazioni del diritto internazionale da parte del governo, discriminazione contro i calciatori arabi e inclusione nel proprio campionato di club situati in territorio palestinese. Tuttavia, ancora una volta, la decisione è stata rimandata.
«Lasciate che vi assicuri che il lavoro è iniziato e sta andando avanti. Lasciate che vi assicuri anche che si stanno facendo progressi», ha dichiarato il Presidente della FIFA, Gianni Infantino. Ma «non prendere una decisione non è un atto neutrale», ha ribattuto un delegato palestinese. Un trattamento, quello riservato allo Stato colonialista israeliano da parte della FIFA e delle altre federazioni sportive, finora decisamente favorevole se paragonato a quello di altri Paesi in guerra, estromessi con prontezza da ogni competizione internazionale.
Solo dal 7 ottobre 2023, a Gaza sono stati distrutti 286 impianti sportivi e uccisi 582 atleti, tra cui almeno 270 calciatori.
Mohammed Al Sultan, 32enne allenatore di una squadra di calcio per bambini di Beit Lahia, ucciso in un bombardamento nel nord della Striscia, e Mohammad Ayyesh Abu Libda, portiere del club Itihad Shabab Deir al-Balah, sono solo due tra le ultime vittime di questa infinita scia di sangue. Un tentativo - quello dello stato israeliano - di cancellazione definitiva dello sport palestinese, da sempre strumento indispensabile per la rivendicazione dell’identità e dell’esistenza stessa del popolo martoriato.
I. “Show Israel the red card”, l’iniziativa partita dal basso
In risposta al silenzio assordante delle istituzioni, alcune tifoserie hanno alzato la voce. Il gruppo ultras scozzese delle Green Brigade del Celtic, in collaborazione con Lajee Celtic, un’accademia calcistica palestinese situata nel campo profughi di Aida, in Cisgiordania, a febbraio 2025 ha lanciato la campagna “Show Israel the red card”. L’iniziativa ha preso il via durante la partita di Champions League tra Celtic e Bayern Monaco, dove i tifosi hanno esposto uno striscione, distribuito volantini per sensibilizzare l’opinione pubblica e sollecitare sia FIFA che UEFA a sospendere la Federcalcio israeliana dalle competizioni internazionali.
In Italia, il collettivo Calcio e Rivoluzione sta amplificando la portata della campagna e molte tifoserie hanno già aderito, tra cui quella dell’Empoli e la curva nord del Pisa. Sebbene poche poi abbiano aderito apertamente, in molte curve d’Italia compaiono bandiere palestinesi a sostegno della causa, senza esplicite differenziazioni politiche, anche provocando reazioni ostili da parte delle forze dell’ordine.
Levate quella c**** di bandiera
Marco Anselmi è uno dei migliori giornalisti e conduttori radiofonici nel mondo Lazio. Non ama definirsi giornalista - si è disiscritto dall’Ordine per il troppo rispetto verso la perduta grandezza della categoria - e forse proprio per questo lo è davvero, più di tanti altri. Preferisce essere dipinto . . .
II. Lo sport per affermare la propria esistenza
Per i palestinesi, lo sport è uno degli strumenti principali per resistere all’annientamento simbolico e politico, per esistere nel racconto pubblico, per affermare un’identità nazionale negata di continuo. In assenza di uno Stato pienamente riconosciuto, con confini, passaporti e libertà di movimento, la nazionale è una bandiera e gli atleti rappresentano il popolo frammentato, esiliato, occupato, ma ancora vivo.
Lo sport – in particolare il calcio grazie alla sua popolarità – ha assunto l’aspetto di una lingua comune tra i giovani cresciuti sotto occupazione e quelli nati in diaspora, in grado di costruire appartenenza anche senza un luogo fisico in cui ritrovarsi. Le partite della nazionale sono tra i rari momenti in cui i palestinesi possono vedersi rappresentati in modo non vittimario, ma attivo e combattivo. Ma questo spazio è continuamente sotto attacco.
Dello sport palestinese Israele chiede l'invisibilità.
Impedire gli allenamenti, bombardare gli stadi, chiudere i valichi, limitare i visti, colpire gli atleti, distruggere i luoghi dove si sogna è una strategia deliberata, che mira ad annientare uno dei luoghi di narrazione positiva dell’identità palestinese. In questo contesto, le parole e il percorso di Nadine Mohamad, calciatrice ventunenne della nazionale palestinese di calcio femminile (che si è raccontata a Rivista Contrasti), assumono un significato che va ben oltre il campo da gioco e i risultati ottenuti.
III. La voce di Nadine Mohamad, calciatrice palestinese in diaspora
Nadine ha 21 anni, è nata a Berlino da una famiglia palestinese. I suoi nonni furono costretti a fuggire dalla Palestina nel 1948 e né lei né i suoi genitori, nati e cresciuti in Germania, hanno mai potuto visitare la loro terra d’origine. Da bambina, Nadine si innamora del calcio. Inizia a giocare in un club a soli 10 anni, con in testa il sogno di diventare professionista. E ci riesce. Dopo tre stagioni nella terza divisione tedesca con il Türkiyemspor Berlin, nel 2023 arriva la prima convocazione nella nazionale palestinese. Un anno dopo, firma il suo primo contratto da professionista con l’Al Ahly, importante club egiziano.
Parla della sua Palestina come di un amore che non ha mai potuto vivere né vedere, ma che sente profondamente. Indossare la maglia della nazionale, dice, significa tutto: «è un gesto che racchiude emozioni contrastanti, tra amore, rabbia, tristezza, orgoglio, forza, onore e paura». Per lei, come per tanti giovani palestinesi, il calcio è una forma di resistenza emotiva. Una terapia. Una sospensione dalla realtà. «Quando ho il pallone tra i piedi, il mondo intorno scompare», dice.
«È uno spazio senza conflitti, senza paure, senza dolore».
Tuttavia, giocare nella nazionale palestinese non è logisticamente semplice; soprattutto per chi, come lei, vive all’estero. Nadine racconta che l’intera squadra non può allenarsi in Palestina, non ci sono dei ritiri ufficiali, ci si riunisce solo all’estero due o tre giorni prima delle partite. In alcuni casi, come accaduto per le qualificazioni dell’Asia occidentale nel febbraio 2024, hanno avuto un solo giorno di allenamento collettivo prima di scendere in campo nella prima partita ufficiale contro l’Iraq.
Le giocatrici che vivono nei territori palestinesi occupati riescono ad allenarsi insieme più spesso, ma solo quando la situazione lo consente. Per le atlete palestinesi della diaspora, invece, è quasi impossibile. In ogni caso, anche per chi vive in Cisgiordania spostarsi è diventato ogni volta una sfida. E il rischio che qualcuna delle sue compagne possa restare bloccata pende come una minaccia silenziosa.
«Per la prossima estate ci sarebbe in programma un ritiro. Ma anche se è stato pianificato, come potrei convincere i miei genitori a lasciarmi andare, con il rischio di rimanere bloccata in Palestina solo per allenarmi?».
IV. Giocare a calcio? Un atto politico
Perciò, Nadine non ha dubbi: giocare a calcio, per le donne e gli uomini palestinesi, è un atto politico. Lo è stato, per esempio, nel maggio 2024, quando la squadra femminile ha disputato la sua prima partita di sempre in Europa, a Dublino. Un evento storico in cui, per una volta, il mondo si è ricordato dei palestinesi e ha cominciato a parlarne sempre di più anche in termini sportivi. Rappresentare il suo popolo per Nadine è un onore. Una responsabilità, sì, che a volte mette pressione, soprattutto quando la prestazione in campo non è all’altezza delle aspettative. Ma una responsabilità che porta con orgoglio.
Quando le si chiede delle infrastrutture sportive bombardate a Gaza, Nadine si ferma. Quelle scene, dice, le attraversano il cuore, più che la mente. «È come guardare un film. Provi delle emozioni, vorresti dire e fare qualcosa, ma non puoi. Ti senti impotente. E il mondo ti volta le spalle. Ogni volta che qualcuno tende una mano alla Palestina la gratitudine è immensa, ma accade troppo raramente». È come avere costantemente un coltello nel petto: il cuore sanguina, le lacrime scendono, gli occhi non riescono più a guardare.
Le sue compagne di squadra, soprattutto quelle che vivono nei territori palestinesi, sono per lei una seconda famiglia. Dopo ogni attacco si scrivono e si rassicurano a vicenda. Un filo invisibile, ma resistente, le tiene unite.
I sogni di Nadine non si fermano sul campo. Vorrebbe giocare nei grandi club europei, vincere trofei, farsi notare. Ma soprattutto, come donna palestinese, vorrebbe diventare una voce riconoscibile, una figura influente che possa attirare attenzione sulla condizione del suo popolo. Crede che l’influenza individuale, se usata bene, possa generare consapevolezza e cambiamento. E quando si parla di speranza, non esita. A darle forza sono la preghiera e la pazienza. E la consapevolezza che, nonostante tutto, il suo popolo esiste ancora.
«Possono cancellarci dalla mappa, ma non dal mondo, anche se provano ad ucciderci. E se i palestinesi hanno ancora la forza di sperare e di resistere, allora io ho il dovere di fare tutto il possibile per realizzare i loro desideri e i loro sogni».
Poi conclude, con parole che suonano come una preghiera intima: «Spero di vedere un giorno la Palestina. Di conoscere davvero chi sono. Perché come posso sapere chi sono, se non ho mai visto la terra da cui provengo?». Nel frattempo, noi tiferemo Nadine Mohamad e le sue compagne lungo la strada per le qualificazioni alla prossima Coppa d’Asia. Sperando che sempre più ragazze e ragazzi, soprattutto in Palestina, possano tornare a rincorrere un pallone.








Quasi nessuno ricorda la Nakba , io so da poco del 15 maggio 1948 e che l'ONU riconobbe Israele senza l'approvazione della Palestina . Vi ringrazio per raccontare sempre la verità . Un abbraccio