“Quando si alzerà la bandiera al centro della curva solleva il cartoncino con entrambe le mani”: è la frase che troviamo scritta nella maggior parte delle indicazioni pre-coreografia/scenografia, e che inaugura alcune tra le istantanee più memorabili ed emozionanti delle partite di calcio – laddove lo spettacolo, molto prima di essere in campo, si trova sugli spalti. Ma da dove nasce tutto?
C’è un momento preciso, lontano dai riflettori della domenica e dal fragore della cronaca giudiziaria, in cui l’ultras, da essere militante, da spalti diventa artigiano. Avviene spesso di notte, in capannoni industriali di periferia o palestre abbandonate, laddove l’odore acre della vernice sostituisce quello dei fumogeni. È qui, in ginocchio su un pavimento freddo, che si consuma una delle liturgie più intime del tifo: non quella vocale, ma il culto pittorico.
Seguendo la scia della passata stagione (come a Genova con “Risorgere” e a al Tardini di Parma con “Forza Mitica Lazio” a fare da cornice a tutto il resto) e a “dispetto” dei continui ostacoli alla mobilità dei tifosi dell’annata precedente, il tifo laziale ha voluto sovvertire i classici codici della trasferta, trasformando i settori ospiti in un’estensione scenografica della propria (ad oggi perduta, causa contestazione) identità casalinga.
Gli striscioni esposti nelle prime uscite stagionali, come “Mettete in campo il nostro spirito ultras”, incorniciato da decine di magliette biancocelesti al Dall’Ara di Bologna, o “A tua difesa finché il cuor mi batte”, esposto a Udine, rappresentano una chiara scelta estetica. Questo approccio è stato, ed è, un modo per catapultare le nuove generazioni negli anni d’oro di questo mondo: un’epoca in cui la dedizione collettiva superava l’estro individuale, e l’intero stadio restava col fiato sospeso, voltandosi ad ammirare l’offerta visiva della Curva nel nome di un ideale.



