Il rientro
Sì, tifare. Dolcemente viaggiare | Ep. IV/IV
Nel primo episodio di questa breve serie sulla trasferta, ci si era spinti, non senza ragioni, a definirla una sorta di pellegrinaggio laico. O, se vogliamo, come la scorribanda di una muta di caccia in una regione inospitale. Essa, si era detto, avviene solitamente la domenica, giorno consacrato a un tempo altro, e prende le sembianze di una massa in rapida espansone, che si riunisce in una comunione di pasti freddi e bevute spicce sperando di accrescere il proprio numero, di impressionare l’avversario, di reiterare la propria esistenza [1]. I tifosi in viaggio, poi, hanno una fede cieca, seguono rituali precisi, si vestono in una determinata maniera; innalzano il proprio feticcio al cielo, marcano i territori battuti, si esibiscono in cori rumorosi, in scoppi di delirante fragore.
Ora, un ulteriore elemento in comune coi pellegrinaggi e con le razzie, è il desiderio, implicito proprio perché ovvio, di tornare a casa. Chi parte lo fa con impazienza e passione ma, per quanto tempo si possa stare lontano dal focolare (uno, due… tre giorni?), non manca nell’idea di uscire un sottinteso anelito al ritorno. Esattamente come nel medioevo non c’è pellegrino d’Oltremare che non espliciti la voglia di tornare presto alla madrepatria, così anche quella della trasferta, benché smaniosa, rimane un’esperienza intrinsecamente temporanea.
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Già quando la si sta organizzando, a dire il vero, capita di immaginare come sarà raccontarla col senno di poi. Una volta tornati, qualcuno annoterà degli appunti a riguardo, c’è chi vorrà salvaguardare con cura le poche foto scattate, mentre la lingualunga non si tratterrà dal narrare le proprie avventure ai colleghi, facendo per l’ennesima volta la conta degli stadi visitati in carriera.
Che si vada via per tornare, del resto, è monito diffuso dai poeti, e tanto meglio se si torna diversi da come si era partiti (ma questo riguarda l’anima di ciascuno e tanto in là non ci si può mica inoltrare).





