Giappone, altro che folklore
Speciale Mondiali: Gruppo F.
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Ci risiamo. Immancabile come le figuracce Rai, con i Mondiali è tornata a rimbalzare sui media occidentali la solita, fumosa retorica sulla presunta lezione di civiltà del Giappone, per via dall’abitudine di pulire spalti e spogliatoi prima di abbandonare lo stadio, secondo la tradizione dell’o-soji. Un gesto senz’altro lodevole, ma ben lontano dall’idea di buona azione spontanea e naturale che la narrazione mainstream racconta.
La radice del fenomeno – che non sarebbe così frequente nella realtà del Paese - è molto più complessa, intrecciata con identità nazionale, pressione sociale, controversie politiche e di genere. Ridurne la complessità lo trasforma in cliché strumentale, la cui esaltazione reiterata sfocia in un penoso moralismo. Insieme ai meme sull’allenatore Moriyasu, intento a scrivere sul death note o ad agitare lavagnette giganti, il rischio è quello di dipingere la nazionale giapponese come una caricatura di sé stessa e del Paese che rappresenta: una squadra simpatica ma innocua, educata ma inconcludente, che giocoforza finirà per rimanere schiacciata appena il gioco si farà duro.
Dimenticando, anche con un pizzico di suprematismo calcistico, che i Samurai Blu non sono a questo Mondiale per ricevere complimenti da libro cuore, ma per rovesciare il banco. Andando, se necessario, anche contro la propria natura.



