Dino Buzzati al Giro d'Italia
Lo Sport come Epica.
Per un complesso di circostanze legate forse ai capricci del destino, alla maggior parte di noi è capitata la ventura di inseguire molte cose e, va da sé, di inseguirle quasi sempre a vuoto. Un aquilone, un gatto, un amore. Un tram in anticipo, un ladro maldestro, una farfalla fra gli scarti del granturco.
Nel maggio del 1949, Dino Buzzati ha quasi quarantatré anni quando si trova a seguire qualcosa che non aveva mai seguito prima: il Giro d’Italia. È laureato in Giurisprudenza, ha da un pezzo pubblicato il Deserto dei Tartari, e lo si può tranquillamente definire uno scrittore ormai affermato. Ecco perché quando il Corriere della Sera gli chiede di mettersi alla sequela della corsa ciclistica per eccellenza, dall’inizio alla fine, come cronista, egli accetta senza esitazione, sulle orme di quanto fatto nei due anni precedenti da Indro Montanelli.
A voler essere onesti, Buzzati è un ineducato alla materia. Su sua stessa ammissione «in fatto di ciclismo l’autore è una completa bestia; non sa niente di cambi e di moltipliche, non ha nessuna chiara idea circa la strategia di corsa».
Ma le sue remore iniziali pian piano si sciolgono. Bastano infatti poche centinaia di chilometri, i primi due o tre articoli insomma, per capire che qualcosa di buzzatiano sta già venendo alla luce.
Di giorno, l’autore stende con grafia incerta pochi segni su un taccuino: qualche toponimo, paesaggi abbozzati, lumache disegnate con l’ombrello. Lo fa a bordo di un’auto, su e giù per le vertebre del Paese, alle calcagna dei fratelli Rossello, di Pasotti, Biagioni e De Santi; ma improvvisamente, la notte, quando comincia a scrivere gli articoli per il giorno dopo, anche di Garibaldi, di Aladino, degli eroi di Omero.
Tra le tortuose curve della memoria, i dati di cronaca più pura si fanno in disparte, con pudore, come se l’autore sapesse già dove si andrà a parare ben prima dell’ultima tappa, da raggiungere come una carovana della fantasia. A cavallo della sua prosa, salgono dunque il vecchio Bartali, il giovane Coppi, e via via tutti gli umili gregari di quell’Italia profonda sulla cui scena si alternano «contadini, operai, lupi di mare, mamme, vecchi cadenti, paralitici, preti, mendicanti, ladri, schierati lungo quattromila chilometri».




