Pelota y cañón
Il calcio basco e le fabbriche di armi
Il 18 novembre scorso, a Bilbao, la rappresentativa autonoma dei Paesi Baschi ha affrontato la nazionale della Palestina in un’amichevole che è stata molto più di una partita di calcio. In uno stadio gremito, cinquantamila persone hanno sventolato bandiere e intonato cori per la “Palestina libera”, riconoscendo nell’altro un riflesso della propria storia. I baschi, popolo pre-indoeuropeo incastonato tra Pirenei e Cantabria, depositari di una lingua unica e aliena al resto del continente, hanno ritrovato nella causa palestinese l’eco delle proprie aspirazioni storiche di autodeterminazione[1].
Askatasuna, la libertà che rinasce dopo la cattività, è la parola che lega l’identità basca alla loro storia di resistenza.
Lo stesso termine che ha dato nome all’ETA, Euskadi Ta Askatasuna[2], il gruppo armato nato nel 1958 e scioltosi nel 2018, che per decenni ha rappresentato la lotta indipendentista di un popolo diviso tra idealismo marxista-leninista, repressione franchista e una modernizzazione economica che ha progressivamente svuotato la necessità della lotta armata pur senza cancellare la spinta identitaria. Gruppo di ispirazione marxista-leninista creato nel 1958 e sciolto ufficialmente nel 2018[3], l’ETA ha segnato la storia della lotta armata indipendentista nella Spagna franchista e post-franchista.






